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14515_Il_Teatro_degli_Orrori_-_Photo_by_Edward_Smith

IL TEATRO DEGLI ORRORI

“Siamo quattro matti, e quattro matti nello stesso posto dopo un po’ cominciano ad avere dei problemi l’uno con l’altro.” Non potendo il bravo cronista evitare l’argomento, quanto di più vicino alle saghe da mitologia rock il piccolo mondo musicale nostrano abbia avuto nel 2011, proviamo almeno a levarcelo di torno subito e in fretta. Dei passaggi abbastanza tumultuosi che hanno portato  il Teatro degli Orrori da A sangue freddo a Il mondo nuovo, e dalla sua formazione storica nuovamente alla sua formazione storica, passando per abbandoni, ingressi, licenziamenti e rimpatriate, si sono occupati la cronaca e il passaparola. Fra spiegazioni che risultano insieme troppo complesse e troppo semplici, la tentazione è far bastare queste parole del bassista e produttore Giulio Favero. “Con i social network, qualsiasi cosa ci succeda,” aggiunge il chitarrista Gionata Mirai, “qualsiasasi ruttino di chiunque diventa una notizia. Tutto è sembrato molto più grosso e pompato di quello che in realtà è stato. Sono cose che succedono a tanti gruppi, ma nel momento in cui bisogna fare un nuovo disco certi problemi vengono messi in secondo piano.” E Pierpaolo Capovilla? “Siamo persone,” dice il cantante, “sono un uomo, non un robot. Sbaglio anche io, come possono aver sbagliato gli altri. Mi dispiace. Dopo una decina di date del tour di A sangue fredddo Giulio ha deciso di mollare, ed è stato un colpo al cuore per il gruppo. Era impossibile sostituirlo con un bassista tout court, così abbiamo dovuto ingaggiare Tommaso Mantelli e Nicola Manzan. Ma la mia interlocuzione con Giulio è continuata costantemente, e quando ho capito che desiderava tornare e ricominciare a lavorare seriamente sul progetto è cambiato tutto, e ho dovuto spiegarlo a Nicola e Tommy. Indubbiamente ho fatto degli errori di comunicazione con loro, che si sono arrabbiati assai con me. Mi prendo le mie colpe.” E l’uscita del batterista Franz Valente, alla fine del medesimo tour? “Non mi addentro nei particolari, ma ho visto lontano. Sapevo di dover agire così. Sono stato io a dirgli di fermarci lì, e credo di aver fatto bene. Ora siamo più coesi che mai, l’ho fortemente rivoluto e siamo di nuovo la band che volevamo, quella con cui abbiamo cominciato, con quello spirito un po’ avventuriero.” Quattro matti che alla fine si ritrovano, dunque. “Il test è stata la data dello scorso luglio a Traffic,” continua Favero, “dove abbiamo voluto riproporre anche a noi stessi il primo album, interamente. Per quanto tu possa scontrarti, non puoi veramente fare a meno di una cosa del genere, perché è rara.” E perché ci sono cose ben più importanti di cui parlare.

Cominciamo dal titolo: Il mondo nuovo è un concept incentrato sul tema dell’emigrazione, e inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Storia di un immigrato.
(Capovilla) Un titolo fortemente citazionista, troppo esplicito. In più, ho un problema con De André: se mi proponessero di cantare una sua canzone direi di no, non mi sentirei degno; lo amo troppo, preferisco non toccarlo, non sono che un fanfarone in confronto a lui. L’idea del titolo è stata mia, e sono stato io a invitare tutti a rinunciare.
(Favero) Ci pareva troppo impegnativo. Vederlo insieme alla copertina  ci ha convinto meno del previsto, suonava troppo univoco. Il mondo nuovo invece allarga il campo.

Perché un album a tema, e perchè questo tema?
(Mirai) Ci è parsa da subito un’ottima idea, anche perché il modo di affrontare l’argomento di Pierpaolo non è assolutamente scontato o banale, ma molto intelligente. È facile cadere nella retorica in un contesto del genere, ma sapevo che avrebbe fatto un buon lavoro.
(Favero) Vero, ma penso sia comunque doveroso addirittura cadere nella retorica, in un periodo storico come questo, in un paese come il nostro, in cui oltre a chi brucia veramente le persone c’è gente che per scherzo si trova a fare raduni vestita di verde, incitando all’odio indiscriminato per ciò che viene da una parte diversa del mondo. Dire che non siamo tutti così è una necessità.
(C) Mi piace l’idea del disco a concetto fin dai tempi di The Lamb Lies Down on Broadway, sono un grande amante dei primi Genesis, conosco Selling England By the Pound a memoria, e lo cito anche in un pezzo dell’album, Martino. Credo anzi di aver sempre fatto dischi a concetto, solo che stavolta abbiamo esplicitato l’intenzione. Abbiamo voluto parlare dell’emigrazione, di cosa vuol dire abbandonare, dire addio o arrivederci alla propria terra, lasciare i propri affetti. Emigrazione vuol dire ricominciare da capo, vuol dire futuro e passato insieme, coniugati in un presente fatto di solitudine, lontananze, spesso disperazione, ma anche speranza. Un tema affascinante, che è la cifra della nostra contemporaneità: quando parliamo di globalizzazione non possiamo pensare sempre solo a internet o ai mercati finanziari, ci sono uomini e donne in carne ed ossa che migrano da una parte all’altra del pianeta per rifarsi una vita. Ma soprattutto, parlare di emigrazione oggi in Italia è mettere il dito nella piaga: noi, popolo di migranti, nulla ricordiamo del nostro passato. Siamo riusciti a portare al governo un partito che non ha fatto che una cosa: seminare discordia. Prima fra di noi, prendendosela con i terroni, poi con gli albanesi, poi con gli slavi, con gli africani… e con gli zingari, che non devono mai mancare!

E che peraltro sono per la maggior parte cittadini italiani…
(C) Esatto. La società italiana, grazie ai farabutti che ci hanno governato negli ultimi vent’anni, è infinitamente peggiorata. Stiamo meglio, ma il nostro benessere quotidiano è dovuto anche alla forte immigrazione; l’Italia è il paese principe della crescita zero, qui si muore, non si fanno figli, senza gli immigrati non ci sarebbero gli operai che vanno in fabbrica. Sono loro che rendono possibile il benessere in cui viviamo.

Buona parte del gruppo è veneta, e il Veneto è un luogo simbolico in questo senso. Terra di Lega, eppure terra di grande integrazione di fatto, con aziende piene di lavoratori stranieri…
(C) Verissimo. Nelle statistiche di qualche anno fa, Treviso era la città italiana con la migliore integrazione. Gli stranieri lavorano tutti, ma non li vogliono vedere per strada, hanno tolto le panchine dai parchi. Ringrazio il Padreterno di vivere in una città meravigliosa come Venezia, dove il razzismo praticame non esiste: siamo cosmopoliti per storia antica e recente, abbiamo lavoratori da tutto il mondo, due università, una popolazione che si ricrea continuamente, non ce ne frega nulla se uno è povero o nero, c’è grande tolleranza. Ma Venezia è un’isola felice. Il resto del Veneto no, e fa veramente schifo. Verona, Vicenza. L’economia è cresciuta a dismisura, abbiamo decine di miliaia di nouveau riches, ma il progresso economico non ha portato con se nessun progresso culturale. È un fatto, ed è leggibile quotidianamente nel comportamento, negli atteggiamenti, nelle parole, nelle discssioni delle persone

Paradossalmente, o forse invece proprio per quello, i veneti sono stati grandi emigranti in passato. Spesso chi era povero fino a ieri è il primo a essere cattivo quando trova uno più povero…
(C) Io stesso sono figlio dell’emigrazione interna, sono nato a Varese nel ’68, il Veneto era ancora rurale, una regione povera e molto religiosa, fondata sulla cultura contadina. A Varese c’era l’industria. Ognuno di noi trova qualcuno di più vulnerabile da calpestare. Questo è lo stato di cose che vorrei finisse una volta per tutte. Sono un socialista, lotterò tutta la vita per una società più giusta e uguale. L’uguaglianza o è tutta o è niente, che ce ne facciamo della libertà a pezzi e bocconi, come diceva Stirner? Libertà è uguaglianza, ed è nell’uguaglianza che possiamo trovare finalmente un po’ di serenità.

Fabrizio Gatti nel suo Bilal, libro straordinario in cui ripercorre sul campo le rotte dell’immigrazione dall’Africa occidentale attraverso il Sahara e il Mediterraneo, fino al CIE di Lampedusa, incontra moltissimi migranti con le loro storie. E lo dice senza mezzi termini: queste persone sono degli eroi. Nelle canzoni del disco mi ha colpito la tua attenzione all’intimità di chi migra, al suo essere una persona. Un lato che quasi sempre – a meno di tragedie e di commozioni un po’ finte –  viene trascurato, per parlare di invasioni, emergenze, tsunami.
(C) È uno sguardo che ho cercato con tutte le mie forza, e con tutta la poca cultura che ho. Proprio indagando l’intimità biografica di uomini e donne, in queste che in fondo sono quasi tutte canzoni d’amore, credo che riuscirò a comunicare qualcosa, a toccare i sentimenti profondi, il cuore di chi ascolta. Se mi limitassi alla militanza, a dire quattro slogan banali, o anche bellissimi… ben venga la militanza, ci mancherebbe altro. Ma nella canzone popolare e nella musica leggera, o nel rock, è così che riesco a raggiungere l’obiettivo che mi sono dato. Che è quello di combattere la società in cui vivo, che non sopporto più.

Come sei venuto a conoscenza delle varie storie? Sono vere, o verosimili?
(C) Alcune verosimili, alcune vere. Per Skopje ho immaginato, ma ne conosco parecchi, un lavoratore della Fincantieri o delle aziende chimiche di Marghera. Sono tutti subappaltati, guadagnano gli stessi soldi che guadagnerebbero in Macedonia, vengono assunti da ditte dei loro paesi e pagati con il salario dei loro paesi, ma vivono qua. Non guadagnano il becco di un quattrino e lavorano esattamente come lavorano le aristocrazie operaie, i lavoratori qualificati a tempo indetermianto italiani. E spediscono qausi tutto alle loro famiglie, perché sono qui per quello, perché hanno dei figli a casa. È quello che è successo anche a Ion Cazacu (piastrellista rumeno bruciato vivo dal suo datore di lavoro italiano nel 2000, dopo aver chiesto di essere assunto regolarmente – ndr), a cui è dedicata Ion. Viveva con altri cinque in un appartamento di 60 o 70 metri quadri, pagando una cifra folle. Al proprietario dell’azienda per cui lavorava chiedeva solo di essere messo in regola, voleva i suoi diritti più semplici. Perché lavorare in nero non vuol dire solo essere sfruttati di più, ma anche non avere diritti. Figuriamoci poi se non hai neppure il permesso di soggiorno.

Per chi si è occupato della musica: il tema dei testi lo avete saputo prima di scrivere le musiche? Se sì, conoscere il tema dell’album ha in qualche modo cambiato il modo di lavorarci?
(F) Lo abbiamo saputo a metà, molte cose erano già scritte. Dove possibile, cercando di non appesantire il tutto, ho cercato di allineare le armonie al paese di cui si parla in ciascun testo. Non cercando per forza l’elemento etnico caratteristico, ma certo se hai un balafon in studio lo suoni, e se ti piace alla fine lo tieni, come in Gli Stati Uniti d’Africa. È il brano in cui questo discorso è più esplicito, è il tour bus dei Rammstein che si rovescia a Dakar. Più che il tema, ha pesato però il nome del gruppo: nell’orrore non c’è più nulla di ironico e grottesco. L’orrore diventa serio, tutto diventa reale.
(M) Abbiamo smesso di essere sarcastici.
(F) Molte canzoni sono basate su storie vere, altre sono proprio storie vere e basta, come quella agghiacciante di Ion Cazacu. Ogni tanto sentiamo storie simili al telegiornale e sembra quasi che sia una cosa normale, uccidere qualcuno perchè non è come lo vorresti. C’è poco da ridere, ecco.

C’è davvero poco da ridere, e non solo per questo. Come mai allora, in tempi così bui per il nostro paese, quindi potenzialmente fecondi di argomenti per chi volesse fare musica impegnata, questa sembra latitare?
(M) Berlusconi ci ha insegnato che non si deve parlare di politica, come nel ventennio.
(F) La gente non sa più quello che vuole. Vuole quello che vede in tv, e purtroppo questo succede non per forza solo a chi vota PDL. C’è stata una sorta di stanca, dovuta probabilmente all’eccessivo agio. Negli anni 70 c’era molta più voglia di ottenere quello che si voleva, non quello che veniva offerto. Adesso abbiamo tutti l’iPhone e la tv al plasma e stiamo a casa a guardarli.
(M) A chi è con Berlusconi non interessano i motivi per cui sei contro, sei un comunista e il ragionamento finisce lì. Se devo raccontare che è un ladro a chi lo sa già, non dico nulla di nuovo; il problema è che tutti gli altri non vogliono ascoltare. I meccanismi su cui si è basata l’informazione degli ultimi vent’anni sono suoi, è impossibile.
(F) Credo che anche la sinistra abbia delle colpe, essendosi adattata a questi talk show in cui la politica è spettacolo; ogni sera c’è un dibattito, sembra che siano tutti interessati, ma solo perchè è in tv. Poi si spegne e non succede nulla. Una volta il dibattito lo si faceva in strada, o sui palchi
(M) Gli italiani il piatto di pasta e la tv li hanno sempre, la fame vera che ti fa uscire di casa no, forse ci stiamo arrivando solo adesso. Se il Teatro degli Orrori è venuto fuori così negli ultimi anni è anche perchè la gente ha cominciato a rompersi davvero i coglioni.
(C) Le cose stanno cambiando, c’è grandissimo desiderio di musica impegnata, di parole vere, di poesia, di contenuto. Lo ho constatato nell’ultimo tour, e mi ha anche sorpreso. Vent’anni di Berlusconi non passano invano, un gruppo di potere di farabutti ha monopolizzato i media, e i media fanno i peggiori danni che si possano immaginare, determinano l’immaginario collettivo. Abbiamo dovuto attendere molto perché ci si cominciasse a svegliare da questo torpore, ma sono fiducioso in un paese migliore.Vedo sopratt nelle nuove generazioni grande intelligenza, più cultura di quella che vedo nei trentenni. I ventenni hanno internet, la tv la guardano meno che possono perchè non gliene frega più un cazzo.

Uno che in questi anni ha saputo fare musica in qualche modo d’opposizione, seguendo una strada molto personale, è Caparezza. Che è ospite in un pezzo dell’album, Cuore d’oceano. Cosa vi piace di lui?
(M) Il suo essere tremendamente legato al tempo in cui vive. Riesce a interpretare e commentare in modo moderno quello che vede. Può piacere o no il genere, ma ha una visione. Quando sento quello che dice, è una cosa che potrei avere pensato anche io, sempre. Ha un’ironia molto interessante, ed è una perosna intelligente
(F) Nonostante sia nel mainstream è, come dice lui, “fuori dal tunnel del divertimento”. Non ha bisogno di parlare di patata o di cocaina per vendere dischi, ha bisogno di esprimere le proprie idee piuttosto, come tutti quelli che sentono di non poterne fare a meno. Siamo andati a sentirlo quest’estate a Pisa, ci saranno state ottomila persone, e settemilaottocento cantavano tutti i pezzi.
(C) Mi piace la sua attenzione al sociale. Cito la sua canzone più famosa, Fuori dal tunnel, che riesce a dire una cosa importante: sveglia! “Stay at home, read a book”, come dicevano i NoMeansNo. Michele non è un arrampicatore, tiene a quello che fa, la qualità della sua musica è straordinaria ed è anche completamente libero. A quei livelli il mainstream è dominato da un branco di lupi, ma lui si è conquistato una completa autonomia. Ha tutta la mia ammirazione, sono felice che sia con noi in questo disco. La canzone ha un testo splendido, e una voce di una potenza inusitata. Mi ha confessato di aver cercato in tutti i modi di imitare me, ma mi ha superato alla grande, e ora sono terrorizzato dal doverla cantare dal vivo, ci vogliono diaframma e gran memoria.
(F) Ha scritto il testo e registrato la voce a tempo di record, letteralmente in poche ore. Quando l’abbiamo sentita siamo rimasti sbalorditi.
(M) È una miscela di robe strane, con elementi sperimentali potenti, un avvicinamento di generi e approcci. Elettronica con acustica e con Caparezza, una roba assurda.

Come è nata la collaborazione?
(F) Tempo fa ebbi l’idea di fare un pezzo che potesse ricordare Sabotage dei Beastie Boys. Guardando nel panorama nazionale, non c’era veramente nessuno se non lui a cui credevo, mettiamola così. Quello che dice lo pensa. Ma andò tutto un po’ in ridere, restò un’idea. A giugno però abbiamo deciso di provarci. In occasione dell’uscita dei nostri primi due dischi, Michele ci aveva contattato personalmente via MySpace per farci i complimenti, è sempre stato sinceramente interessato a noi. La cosa si sarebbe fatta anche se lui fosse stato uno molto meno importante. Non è una marchetta. Anzi, quelli che di marchette se ne intendono speravano lo fosse, ma quando hanno sentito la canzone…

Non è Fuori dal tunnel
(F) Eh no, è proprio bella dentro il tunnel.

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